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La grazia del dare alle fiamme
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La grazia del dare alle fiamme

In un’intervista del 1983, Danilo Kiš dichiara: Se non fosse esistita la nebbia della mia origine, mi chiedo quale ragione avrei avuto per occuparmi di letteratura”[1]. Un anno dopo, nel 1984, afferma: “Ho celato la componente ebraica nei miei lavori letterari”[2].

Da un lato c’è il desiderio di riuscire a trovare la forma giusta per raccontare la propria storia famigliare senza restare prigioniero della propria individualità, dall’altro di poter trattare la tematica ebraica senza pathos: “Come descrivere – e non palesare – la stella di David?”[3].
Lo scrittore tenta di trovare una soluzione per entrambi i quesiti lavorando sulla parola – parola intesa come significante, ovvero come elemento di una rete simbolica che esiste indipendentemente dalle realizzazioni dei singoli parlanti e che con le sue leggi trascende i particolari idioletti fondando un proprio ordine del mondo e, con esso, una nuova etica. Per questo motivo, la parola deve spogliarsi di ogni elemento soggettivo e lo scrittore non deve avere verso i propri testi l’atteggiamento di chi è guidato da un amore cieco, come un genitore, ma di chi, all’occorrenza, è capace di dare alle fiamme senza esitazione: “Dare alle fiamme i propri manoscritti costituisce in un determinato momento la massima affermazione dell’attività creativa”[4].

Nel solco di André Malraux, secondo il quale in alcuni casi la morte si presenta come una maggiore affermazione della vita e il suicidio può assumere le connotazioni di una nuova creazione, Danilo Kiš, ben consapevole dei pericoli nascosti dietro queste idee, le riprende articolandole sul piano dell’autodistruzione letteraria.
I momenti in cui uno scrittore ritorna sui propri testi, in preda all’entusiasmo e contemporaneamente alla depressione, sono decisivi perché gli permettono di alleggerire il testo da parole troppo ingombranti che altrimenti ostacolerebbero la percezione dell’opera nel suo insieme:

“Il dare alle fiamme fa necessariamente parte di ogni creatività. Si tratta di un’ascesa o di una caduta? È un atto che esprime depressione oppure creatività? Che cosa si nasconde dietro questa autodistruzione sadica e al tempo stesso sentimentale? Stare sopra le ceneri dei propri pensieri, sul proprio rogo e osservare la fiamma in cui brucia una parte di noi stessi. Questi sono roghi dello spirito – per quanto possa sembrare contraddittorio –, lucidi intervalli dell’impeto creativo, momenti stellari di un artista, attimi di somma ispirazione e, contemporaneamente, depressione e follia, ma pur sempre sublimi istanti di creatività. Sono porti da cui si salpa per luoghi lontani. Sono lo scarico di peso superfluo dal pallone volante per innalzarsi ancora più in alto: nella stratosfera, nel nuovo, nello sconosciuto, nel mai visto. Sono incroci, rese dei conti con se stessi e con il mondo. Con il mondo dentro e intorno a sé. Morte e rinascita. Poiché, come la vita porta in sé il seme della morte, così anche la morte porta in sé il seme di una nuova vita. Questo è il grande, eterno ritmo del mondo. La dialettica di ogni creazione”.

Se bruci una poesia scriverai dei versi migliori, o non scriverai affatto. Distruggere qualcosa di intimo richiede forza e determinazione. Diventa un gesto indispensabile:

“ […] dare alle fiamme qualcosa che fa parte di noi stessi, qualcosa che negli anni è cresciuto con noi, qualcosa che è stato prodotto dal nostro spirito proprio come la conchiglia secerne la perla, qualcosa che rappresentava il nostro modo di vedere il mondo, il nostro obiettivo e il nostro sforzo – e d’un tratto, in un solo istante di lucidità, vedere che tutto ciò era solo un nostro errore, il nostro grande inganno, e farla finita coraggiosamente e con determinazione, ecco, questo è il fenomeno creativo. Non possedere la forza di accendere in un determinato momento il rogo sotto noi stessi è un segno di passività: questo è morire”.

La condensazione delle parole in Kiš non è mai unicamente volta a ottenere la forma estetica perfetta; piuttosto, procede di pari passo con la richiesta di un’etica letteraria. In Pohvala spaljivanju [Elogio al gesto di dare alle fiamme], che diventa una specie d’appello a salvaguardare l’autocritica, Kiš ribadisce quanto sia importante essere “prima di tutto l’uomo, e solo successivamente l’artista”, che, a sua volta, deve sempre “scrivere onestamente”.
Se si vuole rimanere leali, non sono ammissibili errori. Nessuna inesattezza, svista, equivoco, lapsus, mancanza…
Tale principio dovrebbe indurre lo scrittore a ricontrollare con cura le cose già scritte e consentirgli di alleggerire il testo:

“Bisogna, perciò, dare ascolto alle parole di Andrić, quando negli Appunti per uno scrittore consiglia di avvicinarsi al manoscritto dopo la sua tormentata creazione ‘Senza il cieco amore paterno, freddamente e con inflessibile rigore, non avendo pietà né per esso né per se stessi, non risparmiando né forze né tempo.’ Bisogna scaldare la propria anima a questo tipo di rogo… Perché nella vita di uno scrittore non c’è nulla di più pericoloso e più incerto della soddisfazione di se stesso”.

Nasce così la nota predilezione di Danilo Kiš per la misura delle parole e per l’atto di cancellare.  Braccava ogni parola superflua e con severità ostacolava la “lievitazione” del testo. Gli unici momenti in cui permetteva a quest’ultimo di prendere volume erano le enumerazioni di stampo enciclopedico[5].

In una intervista del 1986, Danilo Kiš afferma:

“Tra tutti gli scrittori quello a cui sono più vicino è Flaubert. Condenso troppo. Da qui la brevità dei miei testi. Considero la cosa letteraria molto seriamente, e anche di più. Scrivo veramente soltanto nel momento in cui sono costretto… E taglio, davvero. Questo, se volete, è il lato tecnico. La macchina da scrivere per me funziona come aiuto contro l’invasione dei sentimenti, contro il tremito della mano, per parlare metaforicamente. Una frase battuta a macchina è neutra come se fosse la frase di qualcun altro. Può essere corretta, cancellata come la frase di un cattivo scrittore! E fra tutte queste frasi, di tanto in tanto, ne capita qualcuna che mi piaccia… Questo è un metodo di correzione e autodistruzione. Dovete saperlo, ho la mania di leggere centinaia di volte gli stessi passi per farmi nauseare dal mio stesso manoscritto. Dopo una così lunga ripetizione diciamo che ciò che rimane è veramente quello che è riuscito a resistere alla mia macchina per la noia”[6].

Anche per la traduzione delle proprie opere in altre lingue, il suo consiglio ai traduttori era di togliere anziché aggiungere[7].
La frase deve essere breve, condensata e, soprattutto, neutra, come se appartenesse a un altro. Il lavoro sulla forma esige molto esercizio, grande autocontrollo, ma nessun risultato artistico è possibile senza una preliminare “grazia di prendere forma”.

Nel già citato saggio Pohvala spaljivanju [Elogio al gesto di dare alle fiamme], del 1957, e nel saggio O inspiraciji [Sull’ispirazione] del 1958, l’inspiegabile fenomeno del dono e della successiva elaborazione del materiale sono indicati come i presupposti di tale “grazia”.

Si scrive grazie a impulsi segreti di cui non si conosce la motivazione, o grazie alla componente razionale della nostra natura? Kiš, ovviamente, non ha una risposta da dare, ma sottolinea che non può esserci poesia senza ispirazione e senza atto di creazione consapevole.

Ciò che per lui è irrinunciabile è la capacità dello scrittore di contenere il proprio coinvolgimento emotivo nella materia narrata. Anche nel caso estremo della descrizione di una morte, l’artista può scrivere solo quando si è sciolto dai lacci del dolore:

“Soltanto quando è passato il grande dolore, quando si è lenita l’ultima emotività, quando l’evento terribile è ormai lontano da noi, quando l’anima ha ritrovato la pace, quando ricordiamo la nostra eclissata felicità, quando siamo capaci di valutare la grandezza della nostra perdita e il ricordo comincia a fondersi con la fantasia, il ricordo per rinnovare e la fantasia per ingigantire la perduta felicità; solo allora padroneggiamo noi stessi e ci esprimiamo bene. […] Se invece le lacrime continuano a scorrere, la penna cade dalle mani: allora lo scrittore si consegna al proprio sentimento e smette di scrivere”.

E ancora:

“ […] Un caldo e sincero sentimento è sempre banale e inutilizzabile, mentre sono artistiche soltanto le tensioni e le estasi fredde del nostro guasto e artistico sistema nervoso. Occorre che l’uomo sia in una qualche misura extra-umano e non-umano, che sia curiosamente distante dai sentimenti umani e senza vera partecipazione in essi per essere capace, o addirittura tentato, a giocare, a giocare con essi e a rappresentarli con stile ed efficacia. Ma lo stesso talento per lo stile, la forma e l’espressione condiziona questo approccio freddo e selettivo ai sentimenti umani, o addirittura a una certa povertà e mancanza in quelle che sono qualità tipicamente umane. Perché, continuiamo a sostenerlo, una sana e forte capacità di provare sentimenti non ha gusto. È finita con l’artista nel momento stesso in cui egli diventa uomo e inizia a sentire”[8].

In che cosa consiste allora il mistero dell’arte della scrittura? Danilo Kiš non crede al concetto di ispirazione. Nell’intervista con Boro Krivokapić, concessa a Belgrado nel 1982, egli dice esplicitamente d’aver sempre pensato che tale parola sia “un po’ consumata e banale”. Chi ha sufficiente esperienza letteraria sa, infatti, che l’ispirazione altro non è che una “mancanza di nausea per la letteratura” in generale o, inversamente, “fiducia” nella stessa. Per esprimere ciò che intende come dono creativo, l’autore si rifà a Joyce e al modo in cui declina il concetto di epifania:

“Se lo scriverò non lo so. In un determinato momento questo può accadere.
È una questione di epifanie. La famosa epifania di Joyce è parola molto più corretta di ispirazione. Lo scrittore arriva al punto di chiedersi a che cosa serva scarabocchiare la carta. Se si manifesta un momento simile, di non disgusto per la letteratura, allora forse scriverò quel libro […]”[9].

 


 

Questo saggio è una rielaborazione delle pagine 86-93 della tesi di dottorato Danilo Kiš: l’enigma della lettera (La Sapienza, 2006).

Eredità/ Archivio/Oggetti personali; a cura di Mirjana Miočinović, Narodna Biblioteka Srbije, Beograd 2004.
[1] Danilo Kiš, Poslednje pribežište zdravog razuma [L’ultimo bastione del buon senso], in Život, literattura [Vita, letteratura]; priredila Mirjana Miočinović, Narodna biblioteka Srbije, Beograd 2003 (CD-rom). Se non diversamente specificato, le citazioni provengono da un archivio di testi di Danilo Kiš catalogati e digitalizzati da Mirjana Miočinović e raccolti in due CD-rom senza indicazione di pagine; la traduzione è di chi scrive.

[2] Danilo Kiš, Tražim mesto pod suncem za sumnju [Cerco un posto sotto il sole per il dubbio].

[3] Danilo Kiš, Imenovati znači stvoriti [Denominare significa creare], in Gorki talog iskustva [Il residuo amaro dell’esperienza]. L’intervista è del 1985.

[4] Danilo Kiš, Pohvala spaljivanju [Elogio al gesto di dare alle fiamme].

[5] “Non si potrà dire, in questa circostanza, tutto ciò che bisognerebbe dire sulla maniera in cui egli stesso scriveva. Toglieva più di quanto non aggiungesse. Su cento pagine scritte ne salvava una decina, rassegnandosi al fatto che tante ne restassero, ‘poiché bisogna pur che resti qualcosa’. Il suo ideale era (sorrideva quando glielo ripetevo per prenderlo in giro) di ritrovare, alla fine della scrittura e delle cancellature, la pagina bianca da cui era partito.” Predrag Matvejević, Mondo “EX”. Confessioni. Identità, ideologie, nazioni nell’una e nell’altra Europa. Garzanti, Milano, 1996, pag. 108.

[6] Danilo Kiš, Savest jedne nepoznate evrope [Coscienza di un’Europa sconosciuta], in Gorki talog iskustva [Il residuo amaro dell’esperienza].

[7] Barbara Lönnquist, la sua traduttrice in lingua svedese, ricorda l’irritazione dell’autore provocata dalla constatazione che un precedente traduttore di Una tomba per Boris Davidovič in quella stessa lingua aveva aggiunto qualcosa: “[…] in our discussions about translation Danilo would often say: If you must, leave out something, but never, never, put in anything!” Barbara Lönnquist, Remembering Danilo K., in Spomenica Danila Kiša. Urednik Palavestra P., Srpska Akademija Nauka i Umetnosti, Beograd 2005, pp. 25 – 27.

[8] O inspiraciji [Sull’ispirazione], in Varia.

[9] Boro Krivokapić, Intervju sa Danilom Kišom, in Danilo Kiš, Ostavština/ Video zapisi (Eredità/ Video registrazioni). L’intervista è del 1982.

Immagine di copertina: Dubrovnik, Hotel Argentina, foto di © Isabel Bau Madden, via DaniloKis.org.

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