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Bosco, La morte arriva in ascensore
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Bosco, La morte arriva in ascensore

È in libreria il primo titolo della collana Água Viva di Rina Edizioni, il romanzo poliziesco La morte arriva in ascensore della scrittrice argentina María Angélica Bosco (traduzione di Francesca Bianchi, postfazione di Francesca Lazzarato). Il libro fu pubblicato nel 1955 per la collana El séptimo Círculo, pensata da Jorge Luis Borges e da Adolfo Bioy Casares. È stato poi recuperato, nel 2013, da Ricardo Piglia per la Serie del Recienvenido (Fondo de Cultura Económica), da lui diretta.
Di seguito una parte del prologo in cui lo scrittore e studioso argentino rilegge il romanzo di Bosco alla luce della possibilità di una sua ricollocazione all’interno di un genere che, oramai divenuto universale, non di rado contempla l’indagine di un tessuto sociale e delle paure in esso radicate.
Segue un estratto del romanzo.
Ringraziamo Rina Edizioni per la gentile concessione.

Di notte una donna scende al pianoterra dentro all’ascensore illuminato di un esclusivo palazzo di calle Santa Fe. È giovane, è bella ed è morta. Intorno a questa immagine ruota uno dei migliori romanzi polizieschi scritti in Argentina.
I primi sospettati sono gli abitanti del palazzo: diversi stranieri, alcuni membri della classe alta argentina, un’ex domestica, un medico stimato, il portinaio e sua moglie. «“Un palazzo di gente molto tranquilla, signor ispettore.” L’immancabile ritornello. L’ispettore Lahore se l’aspettava… palazzi tranquilli e gente perbene… ogni volta… E allora com’è possibile che succeda sempre qualcosa?».
Analizzando i racconti di Conan Doyle, Franco Moretti segnalava che i delitti su cui indaga Sherlock Holmes non si svolgono nelle zone della malavita londinese, ma nei quartieri dove vivono i suoi lettori. Il genere poliziesco si installa nelle zone pacifiche della società, ha come argomento l’orrore che suscita la prossimità invisibile del male. Probabilmente le diverse tappe nella storia del genere sono scandite dalle differenti modalità con cui viene raccontata la tensione fra vita tranquilla e immaginario paranoico; in ogni caso, questa tendenza sembra spiegare l’attuale diffusione del romanzo poliziesco, che ha attraversato tutte le frontiere ed è arrivato in Svezia, in Norvegia, in Olanda e in Giappone. Trasformatosi in letteratura mondiale, nel XXI secolo il romanzo poliziesco ha rimesso in discussione il predominio del thriller nordamericano e ne ha resi più flessibili i meccanismi imboccando il sentiero delle paure sociali.
La morte arriva in ascensore si vincola a questo nuovo spazio di lettura del genere, conferma i presupposti classici del racconto poliziesco e al contempo li rinnova e li modifica.
Innanzitutto, nel gruppo di persone sospettate di questo romanzo spiccano alcuni individui fuggiti dalla Germania dopo la caduta del Terzo Reich. Si tratta di una cospirazione di profughi del nazismo? L’incertezza dei dati serve a dare un’apparenza di realtà alle supposizioni: i loschi sostenitori di Hitler si sono rifugiati nell’Argentina di Perón? Siamo nel 1954, il verosimile è sempre possibile. Versioni, piste, tracce confuse: immediatamente gli indizi diventano il fulcro della trama. Il famoso adagio secondo cui «Dio è nei dettagli» trova la sua piena realizzazione nel romanzo a enigma. È certo però che non tutti i dettagli sono un indizio, piuttosto ogni dettaglio viene raccontato come se fosse un indizio: illuminato, osservato di sbieco, visibile ma non identificato. Il significato del racconto non viene esplicitato e molte delle azioni centrali sono accennate quasi distrattamente o non vengono raccontate. Gli avvenimenti possono essere dedotti dal racconto, ma non compaiono in esso.

Ricardo Piglia

L’ombra scivolò all’interno della cucina dell’appartamento. Dalla sua camera in fondo al corridoio Rita sentì i passi furtivi che riecheggiavano nel silenzio del suo terrore. Le mani si aggrapparono disperate al risvolto delle lenzuola.
«È tornato» sussurrò con voce infantile. Ogni parola le cadeva in fondo alla gola. Mentre si formava, la frase le stritolava il petto come un anello di ferro.
«Sono tornati… torneranno sempre…».
Dal nulla spuntavano facce deformate dalle torture. Facce che un tempo le avevano sorriso nella sua casa lontana in Germania e che poi la morte avrebbe sfigurato con gli artigli del dolore prima di cancellarle dal mondo dei vivi. Rita tremava sotto le coperte.
«Torneranno sempre, Boris… ho paura… non si possono far scomparire».
I passi si erano interrotti. Rita teneva gli occhi inchiodati alla porta chiusa a doppia mandata. Sentì scattare la molla di una finestra. Gli atomi del terrore danzavano nell’oscurità e facevano giungere nitido alle sue orecchie il movimento di un corpo che scivolava nel silenzio e nella sua angoscia. Quegli stessi atomi si condensavano intorno a lei, paralizzando il suo corpo congelato.
«Boris… ti voglio tanto bene… tu sei stato l’unico per me… Boris…».
Con tutti i sensi all’erta in attesa della nebbia dell’agonia che avrebbe dissolto tutte quelle immagini in piacere, Rita ripeteva il nome che per lei dava senso alla vita.
«Boris…».
Si sentì il cigolio lontano di una finestra.
In quel momento Rita si accorse che l’anello di ferro nel suo petto si apriva in spunzoni laceranti, devastanti, come i ganci della stanza delle torture, che le si conficcavano nella gola per stritolargliela dando forma al grido. Rita scoppiò in un pianto isterico che scuoteva il suo corpo con l’ansimare di chi è semi-cosciente.
Si alzò dal letto e aprì la porta che dava sul corridoio. I suoi occhi pieni di lacrime fissarono la porta della stanza vuota. Con le trecce sciolte sulla schiena e il viso bagnato di lacrime assomigliava molto alla bambina che di notte andava nella stanza del fratello per chiedergli scusa di averlo fatto arrabbiare quel pomeriggio.
Ma dietro alla porta c’era solo buio e silenzio. Rita non ebbe il coraggio di premere l’interruttore della luce. Il viso di Boris non c’era, la sua smorfia di soddisfazione quando le strappava un grido tirandole i capelli o quando infilzava un insetto con uno spillo aveva lasciato per sempre la stanza e la casa.
«Boris, dove sei?».
Entrò nella cucina deserta, la misteriosa presenza che l’aveva svegliata riempiva l’ambiente con le tracce della paura. Rita attraversò il corridoio delle stanze di servizio. La nera cavità del cortile interno la attirava come l’abisso di un sogno. Sulle pareti si inerpicavano braccia, lunghe come serpenti, che la chiamavano. Erano le stesse braccia che la stritolavano di notte quando andava a dormire con il cuore straziato perché nel silenzio di Boris aveva intuito che il giorno dopo un altro loro amico avrebbe conosciuto l’orrore della delazione.
Si arrampicò su uno sgabello della cucina che era appoggiato alla parete di cemento e vetri. Si sporse fuori, dalla cintura in su. Una corda pendeva dalla finestra della cucina del quarto piano, ondeggiava nell’aria come le domande che mai avrebbe osato farsi. La corda arrivava fino all’appartamento degli Iñarra.
Che cos’era in definitiva la vita? La paura di soffrire? La paura del vuoto? Dove si trovava quel vuoto? Negli occhi di Boris che il crimine della delazione non riusciva a colmare? Negli occhi delle sue vittime? Nella sua stessa incapacità di crearsi un’anima?
Gli altri ormai dovevano saperlo. Gli altri, ovvero i morti a cui i soprusi di Boris avevano aperto la porta della conoscenza. Loro sapevano perché avevano fatto il salto nello spazio e nel tempo. Era Boris a dar loro la spinta quando li portava nella camera della tortura, dove li aspettava per estorcergli il loro segreto. Ma quelle morti non lo hanno reso più potente nella vita né più forte nello spirito.
Sì, tutta quell’oscurità doveva trovare fine. Non era possibile oscillare all’infinito come la corda che penzolava dalla finestra. Nella cucina della famiglia Iñarra, l’ombra si muoveva indolente e silenziosa.
Rita sentì che il movimento oscillatorio della corda le martellava nelle tempie. Premette entrambe le mani sulla testa e chiuse gli occhi… La visione del pozzo oscuro si ingigantiva… un punto luminoso si aggirava per quell’oscurità senza pareti.
Come un sorriso, il vento freddo della notte d’inverno bagnò le sue guance.
«Dove sei, Boris?».

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