Now Reading
Animali da primavera
Bosco, La morte arriva in ascensore
Šklovskij-Jakobson. Life as a Novel.
La grazia del dare alle fiamme
Il ritmo e la misura del testo
Luminosa, Gilda Manso
Orso nero (straniera) a Roma
Animali da primavera
Piano B
Radio Ostranenie
Protetto: Ostranenie – Bonus
I sette minuti di un artista
Il silenzio come ultimo eteronimo
Storie che si biforcano
Huidobro, Sulla Luna
Le transizioni – Ėjzenštejn

Animali da primavera

Marco si alzò dal letto per spostare le due gabbie, FE02 e DS05 si svegliarono ma ripresero presto a dormire nel sussulto ritmico che le piume e i fulmini, cadenzati dalla pioggia, lasciavano intravedere. Francesca, appoggiata alla ringhiera del terrazzo, guardava il panorama di luci a scacchiera dei condomini di fronte e di quelle, intermittenti e rosse, attorno ai grattacieli lontani. Il suo collo lungo impreziosito da una collanina d’oro stretta sull’epidermide, l’espressione appuntita dello sguardo e le folte sopracciglia sulla fronte larga definivano una disapprovazione neanche tanto sotterranea.

Marco la abbracciava dalle spalle. I lunghi riccioli castani scendevano a pioggia intrappolando l’aria nelle cavità, ingigantendosi, formando un labirinto laterale di correnti e tunnel, grotte dove il profumo speziato di aromi orientali e odore naturale di cute, imponevano il dominio degli spazi. La sua era una legge non scritta, così come il freddo tagliente e composto del suo profilo in forma plastica confuso alla notte chiara.

Una cornacchia grigia si posò sulla ringhiera, era un maschio di almeno cinque anni e Marco lo conosceva da tempo, si era imposto di non dargli un nome per non affezionarsi troppo, ma tra loro esisteva un’amicizia segreta. Passarono pochi minuti e un collo spezzato, prima che il corvide ebbe ben più della ricompensa a cui aspirava. Ghermì frettoloso e goffo quel corpo senza vita e fuggì sulla linea di gronda del tetto di fronte dove alla prima sosta avrebbe associato un becchettare irrequieto in cerca di una via.

Francesca rovesciò la massa enorme dei suoi ricci dal lato destro a quello sinistro, scoprendo il suo orecchino d’oro bianco a cinque petali luccicare ai raggi e liberando un desiderio animale tra le piastrelle, dove la vita della voliera aveva visto innumerevoli accoppiamenti e continuava imperterrita nonostante l’assenza di BC01.
Marco l’aveva afferrato prima di chiunque altro, era uno dei decani e non temeva l’uomo. Lo carezzò dolcemente fra le mani, ripensò a quando nel nido gli vide spuntare le prime piume marroni sulla livrea e al momento in cui decise di impiegarlo nella riproduzione. Il volatile, da parte sua, era rilassato fra quelle dita conosciute che gli massaggiavano il corpo e che si insinuavano fin vicino al becco, con una presa dolce e piacevole che, arrivata al limite della ringhiera, gli spezzò il collo, prima di donare il feretro alla cornacchia in attesa ai margini del terrazzo.

Le carezze nel tragitto, il riesumare nomi e ricordi nelle pagine del quaderno a quadretti, l’arrestarsi nella contemplazione mistica del panorama del pomeriggio, lo strangolamento deciso, a volte cruento, infine, prima dell’abbandono dalle mani al nido-sudario di plastica addobbato con carta e cotone, un taglio sul collo, lasciando il sangue scorrere caldo lungo le pareti del sepolcro.

Francesca, nonostante l’avversione etica, si mise a giocare con FE02, le sembrò gioviale e ne lodò la lucentezza del mantello, non poteva immaginare che una settimana prima era ormai sfinito, sprofondato dall’ultima sentenza di un esperimento accelerato follemente, prima di svuotare ancora la sua mangiatoia e risorgere dalla catatonia esistenziale, divenire, a titolo, il primo uccello della metamorfosi.

Anche Marco lo contemplava, i minuti di confusione e felicità inattesa e irrequieto controllo dei vari appunti, grafici e tabelle sul computer, lo avevano svuotato dell’inerzia mistica della strage. Lo prese fra le mani piene dell’odore di fantasmi, lo portò vicino agli occhi per scrutargli le piume, la pelle, le zampe, inspirarne l’odore: era assolutamente sano, in forze. Non si trattenne dal baciarlo sentendo il battito sul collo infondergli forza e trovando le labbra rosaperla di Francesca, con il loro sapore di balsamo, disegnare sulle sue il nuovo desiderio discordante.

Lei parlava e in alcuni moti della bocca, si creava una U tra le guance, la sua voce femminile bassa, gli zigomi incarnati di un fondotinta che sembrava maiolica, il naso egizio sotto la fronte alta, costituivano una prova evidente del suo esistere anche oltre quel maggio, in un altrove che poteva essere un affresco di una tomba antica o in pezzi di mosaici che gli archeologi, con le loro delicate spazzole, scoprivano dai detriti.

La sua tunica di lino bianca le lasciava quasi scoperta una spalla, gli occhi nocciola allungati da una linea di malachite e le unghie colorate di una tinta ai limiti tra il bordeaux e l’amaranto, ne facevano risaltare l’importanza, forse la stessa centralità, all’interno del santuario.

DS05, invece, era malmessa, ma ancora viva, a dispetto di FC03 e ED06 i suoi vicini di gabbia che non avevano retto. Marco le tolse la mangiatoia e provò a imboccarla con una miscela di semi di granoturco e frumento, lei mangiò qualcosa ma si rimise presto accovacciata vicina al palmo che la carezzava come si stringe la mano a un uomo sospeso su un burrone. Sarebbe stata la sposa perfetta per dar vita a una nuova e straordinaria progenie, un nuovo inizio per il suo allevamento nonché, forse, il compimento del suo obiettivo. A Francesca aveva riferito di averla trovata in fin di vita sul terrazzo e da lì attuato un ultimo tentativo per salvarla, lei naturalmente avrebbe voluto che nessuno si frapponesse alla natura e al suo corso.

Rimise FE02, il suo campione, nella gabbia, tranne lui, quasi tutto il lavoro di selezione di anni era finito in una busta di plastica da cui, nel fuoco della notte in un campo lontano, tra l’odore di carne e carta bruciata e idrocarburi a linee d’aria, si erano sprigionate fiamme plumbee piene di interrogativi. Per le innumerevoli uova non schiuse avrebbe potuto cercare qualche balia ma preferì abbandonarle in una coppa verdeacqua vetrificata senza nemmeno ispezionarle controluce.

Francesca, dal corpo snello racchiuso in una maglia nera con cinque bottoni dorati che partivano diagonali dalla clavicola e un pantalone di un nero tenue terminante in stivaletti a punta dalle linee feroci, fece dissolvere presto l’interregno dei saluti, additando le gabbie a segreto inatteso, quasi un occultamento di cadavere e a stupirsi delle uova, a quanto sembrava non finte, su un pregiato e splendido soprammobile di fianco la porta del terrazzo. Il suo viso di esile Gorgone era un mulinello di occhi spiritati di nero, un vento in corsa di collera e zigomi induriti ed essenze di donna a dare fuoco dentro e fuori l’aria. La sua bellezza di caverna non ammetteva spazi vuoti, le stesse nicchie sparse nella volta frastagliata, erano strette e anguste, nonostante Marco potesse distinguere a uno a uno, con le loro facce ilari, tutti i suoi uccelli in attesa.

Il santuario nella grotta era cosparso di fiori e l’altare ricavato da una roccia. La chioma di Francesca era intatta, non più legata, ma devastante e sparsa sulla pietra, mentre il corpo, nel respiro di seni adolescenti, era in bilico dentro sogni di cui si sentiva forte il profumo. Gli occhi di Marco erano abbandonati su quella fortezza inespugnabile di onde scure e sudori rimescolati e sciolti, avrebbe voluto abitarci almeno per un’altra vita, ma il temporale aumentava di freddo e intensità, sarebbe bastato un vento trasversale e ironico per bagnare le sue gabbie.

© 2018  WOJTEKEDIZIONI. ALL RIGHT RESERVED. P.IVA 08794201213

Scroll To Top