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Ogni anno

Oggi si compiono quattro anni. La torta è a più strati. In cima regna il Piccolo principe, con la rosa e la volpe. Le stelle cadono nel vassoio e il cielo è tra i ripiani.

Mi ha promesso che mi regalerà il mantello. Ho inclinato la testa e ho stretto le labbra.

Ho preso il pomeriggio libero.

Sono riuscita ad arrivare dal parrucchiere un po’ prima del previsto. Ho atteso il mio turno sulla poltrona all’ingresso e dopo qualche minuto mi ha fatto accomodare davanti allo specchio.

«Che facciamo?»

«Solito. Colore e una sistemata al taglio.»

Ha fatto delle prove con le mani. È una di quelle volte in cui io e lui non ci capiamo.

Mi ha imbacuccata, pinzettata e ha iniziato a tagliare.

Al colore ha provveduto un tipo nuovo. Un ragazzino. Non mi fido dei nuovi. Non di tutti, almeno. Gli guardo le mani. La presa. Basta anche un pettine. E poi lo shampoo. La pressione delle mani parla. E di lui, non mi fido.

Mentre lui spennellava, chiedendomi di tenere la testa alta, sempre più alta, il mio cellulare ha fatto tan. Era mia madre. «Domani è la vigilia,» mi diceva, «ti aspettiamo per cena».

Non le ho risposto.

È da inizio mese che le luci vanno e vengono ovunque. Luminarie, alberi addobbati, cappelli rossi in testa, tutti in cerca di regali.

Il mio cellulare ha fatto di nuovo tan. Ancora mia madre: «Quest’anno cerca di esserci. Tanto non cambia nulla se resti a casa sola».

Cambia, invece.

Oggi si compiono quattro anni. Gioco con te. Coloriamo, disegniamo?

Ho spento il telefono, mi sono toccata i capelli. Erano umidi. Ho preso il phon e li ho asciugati da me.

«Aspetta, faccio io», ha detto il ragazzo.

«Ho fretta.»

Oggi si compiono quattro anni e io ancora non ho un regalo.

Ho pagato e ho corso fino alla macchina, e poi fino al negozio di giocattoli. Non c’era parcheggio. Ho lasciato l’auto sotto al semaforo, all’angolo, proprio sopra le strisce.

Sono entrata.

Luci forti, bianche. Chiudi e apri gli occhi. Chiudi e apri gli occhi. Abituati.

Tutti che vogliono qualcosa. Tutti che cercano qualcosa.

Ho camminato tra gli scaffali. Una commessa mi ha offerto aiuto. Quattro anni, ho detto. Maschio o femmina?

Maschio.

Gli piace il cartone del treno a vapore che va nella miniera?

Ho alzato le spalle. Me lo mostri, ho detto.

Era grande e marrone e con le finestrelle piccole che ci guardi dentro e ci vedi la vita, e faceva un rumore vero.

Va bene, ho detto.

L’ho seguita fino alla cassa. Sono stata attenta a come lo incartavano. Non volevo pieghe. Gli angoli perfetti. C’era Babbo Natale ovunque, su quella carta.

Chiudi e apri gli occhi. Chiudi e apri gli occhi.

Abituati.

Una volta in macchina ho riacceso il telefono.

Tan tan tan tan tan. Sempre mia madre, come colpi sparati da una mitragliatrice.  «Vieni stasera. Resta qui a dormire. Domani andiamo da Andrea. Sono tre anni. Prima o poi dovrai andarci».

Ho tolto la suoneria e guidato verso casa.

La torta era già in frigo.

Ho poggiato il regalo in camera sua. Sopra a quello dei tre anni che è su quello dei due. Poi ho acceso tutte le luci; in bagno, ho riempito la vasca, mi sono spogliata e sono entrata.

Andrea è mio figlio. Tutti premono affinché io inizi a dire che Andrea era mio figlio. Mi fanno ridere. Anche mio marito, che ha detto era e poi è andato via.

Andrea è mio figlio. Morto. Ma è mio figlio. Ha smesso di esistere, di respirare. Non ha mai camminato o parlato. Non è diventato grande, non si è innamorato, non abbiamo litigato, non mi ha sbattuto porte in faccia, non è andato a ballare, non è diventato adolescente, adulto, uomo. Ma è.

È tutte le cose che non è diventato. È tutti i giorni che non c’è stato e non ci sarà. Lui è me. La voglia di fragola sulla spalla. Gli occhi allungati. Le orecchie grandi e appuntite. Il sole nascosto dalle nuvole. Il cielo che schiarisce. Il mare agitato. Il mare calmo. Gli ombrelloni. Le sdraio. I secchielli. Il gioco preferito. Lo stupore. Il bene. Il male. Il dolore. La febbre. Il raffreddore. Le luci che vanno vengono a Natale. Gesù che nasce. La speranza.

Andrea è mio figlio quando apro la sua stanza e non lo trovo nel letto. È mio figlio quando dicono che devo elaborare la sua morte. Come se fosse un calcolo, qualcosa che risolvi e poi stai meglio.

Dicono sempre così: «Poi starai meglio».

Usano anche un’altra parola: accetta.

E usano anche la storia del Natale, come un segno, come un destino. Come se lui, invece che a me, fosse destinato a qualcosa di più importante.

Mi hanno portato uno psichiatra in casa quando ho detto che non sarei mai andata sulla sua tomba.

Mi hanno detto che era preferibile che io svuotassi la sua stanza. Che facessi un altro figlio. Che cambiassi casa.

Oggi Andrea compie quattro anni. Domani, poco prima di cena, non riuscirà più a respirare. Correrò in ospedale, i medici lo prenderanno con loro e io camminerò su e giù per la sala d’aspetto. Qualche ora più tardi verranno a dirmi che è morto.

Correrò fino alla cappella dell’ospedale e vedrò una suora mettere Gesù, appena nato, nella capanna.

Crollerò per terra. La suora si avvicinerà a me e mi condurrà da lui.

Mi stringerà la mano, lo indicherà e mi dirà: «È qui, è sempre qui».

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