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La Piuma

«Fermiamoci», ansima quello pallido. «Qui c’è abbastanza spazio».

«Però occhio al castello», dice quello scuro.

Allora quello pallido lo vede, un monumento di sabbia a ridosso del bagnasciuga. Più che un castello è una fortezza.

«E chi lo tocca».

L’ossigeno scarseggia, la membrana di caldo non lascia scampo; i gabbiani penzolano in cielo come fossero appesi al sole. Gli uomini piantano l’ombrellone e volano in acqua.

I corpi luccicano di rugiada marina. Prima che questa muti in sudore, i due si gettano nel cappello d’ombra.

«Adesso va meglio», sospira quello scuro.

Quello pallido annuisce a una nuvola solitaria. Il secondo dopo però è già a sedere, qualcuno lì di fronte lo guarda, è la fortezza – compatta, inamovibile, sorda agli strilli che viaggiano tra gli asciugamani e indifferente alla minaccia della risacca. L’aria infuocata trasforma i granelli di sabbia in massi di luce. Quello pallido si alza.

Con due salti è ai piedi delle mura. Sul recinto quadrato di bastioni una schiera di conchiglie monta la guardia. Alle estremità si ergono quattro torrette merlate, una conchiglia su ogni fessura a ispezionare il territorio in lontananza, mentre al centro della corte interna svetta una quinta torre più alta e possente, ma è ciò che vi è piantato sopra a dominare su tutto: una piuma di uccello, bianca e scintillante. Simile a brina sotto un sole di alta quota, spande un’impressione di fresco sull’intero presidio, tanto che quello pallido solleva un piede oltre i bastioni.

«Ma che fai?». Quello scuro è dietro di lui con due birre in mano. «Guarda che il bambino te le suona».

«Non può averlo fatto un bambino, è troppo curato».

«E tu che ne sai? Possono essere di una precisione maniacale, quelli».

Percorrono il perimetro, aprendo la bocca solo per accarezzarla con le bottiglie.

«Però è un’opera d’arte. Bisognerebbe renderle omaggio».

Quello scuro storce la bocca, è scettico. «Non so, il pericolo è sciupare l’armonia delle parti. L’armonia è fondamentale».

Rimangono in silenzio, gli sguardi che galoppano intorno alle mura.

«Possiamo scavargli un fossato attorno, per proteggerlo dal mare», propone quello pallido. «Così non lo tocchiamo nemmeno».

Quello scuro si liscia la barba. «Ma aggiungi un elemento estraneo, e starebbe a significare che le mura non sono abbastanza robuste. Ecco, potremmo sostituire la piuma con una più grande», se ne esce alla fine.

«Questa sì che è un’idea!». Quello pallido è entusiasta. «Non intacchiamo la struttura, gli elementi rimangono invariati, ne sostituiamo solo uno con un altro dello stesso tipo. Sei un genio».

«Guarda là, ce n’è una bella lunga». Quello scuro indica la grande piuma di gabbiano smagliata che frigge al limitare della spiaggia. Quasi pare che stia sognando l’ombra della pineta.

«Neanche a farlo apposta. Dobbiamo metterla. Anzi, tu devi metterla, l’idea è tua».

Quello scuro poggia il mento sul pugno; quindi scuote via la mano come per gettare al mare i pensieri. «No, non me la sento di intervenire. È perfetta così».

«Ma l’armonia è salva», protesta quello pallido. «Pensa se il bambino torna e vede che qualcuno ha voluto rendere omaggio al suo capolavoro. Sarà gonfio di orgoglio».

«O magari gonfio di rabbia», replica quello scuro, «e maledirà chi ha osato toccare la sua creazione. Io non me la sento di prendermi il rischio. Fallo tu, se vuoi», e torna al riparo dell’ombrellone.

Gli occhi dell’altro indugiano fra la piuma stremata sulla sabbia e quella spavalda sulla torre. Si chiudono.

Al tramonto il mare affamato rosicchia le fondamenta della fortezza. Quello pallido si chiede se con il buio non se la divorerà.

«Come fai, fai male».

Lo zampettare della forbice è tragicomico. Cerca disperatamente di risalire lo scivolo di birra ai bordi del tavolo.

«Allora meglio non fare niente?».

«Già».

Le grida eccitate dei ragazzi fuori dal locale si mischiano a quelle delle cicale nell’erba alta. Per parlare, i due si sporgono sul tavolo come sfingi ingobbite. 

«Eppure qualcosa è già stato fatto. Se un coglione non avesse versato la birra la povera bestia non subirebbe questo calvario. Tanto vale rimediare».

«È impossibile rimediare. Se la aiutiamo a risalire con le nostre manone di giganti alieni per lei il trauma potrebbe essere irrecuperabile. Impazzirà e si staccherà le zampe a morsi. Se invece la rimettiamo nell’erba forse la gettiamo in pasto ai predatori da cui scappava. Meglio non intervenire».

«E se impazzisce comunque e una cicala se la pappa un pezzettino per volta?».

«Guarda che le cicale mangiano la linfa degli alberi».

«Insomma i predatori che dicevi. Il punto è che anche  decidendo di non intervenire, interveniamo. Interveniamo sempre».

«Sì sì, la vecchia storia della farfalla. Il punto invece è che gli interventi possono essere richiesti, esplicitamente richiesti. E quando non lo sono, io preferisco farmi gli affari miei».

«Magari è proprio così che ti fai gli affari degli altri
».

«Adesso basta», decreta quello scuro. «Sono stanco, questa conversazione mi ha messo sonno. Intervieni nella mia vita finendo la tua birra. È ora di sloggiare», e bussa sul tavolo.

La forbice precipita nell’erba.   

Quello scuro russa che è un piacere. Nella stanza accanto quello pallido non riesce a spengere il cervello. Ha un cuscino sulla testa per tarpare le ali ai pensieri, ma è inutile, volano via uguale. E atterrano sulle mura della fortezza, alla base, dove il mare succhia le fondamenta, succhia come un vecchio ingordo senza dentiera, succhia con la lingua corrosiva che ogni volta pare essersi rintanata in bocca e che ogni volta sguscia di nuovo fuori. Il cuscino cade sul pavimento.

Tempo di vestirsi e quello pallido è fuori di casa. Nella notte della notte corre sulle strade lastricate del paese; non si odono che i latrati dei cani che lo maledicono per averli costretti alle formalità del caso. La pineta è un cimitero di spettri alti e neri. Quello pallido ora cammina in punta sugli aghi. Quando sbuca sulla spiaggia deserta, indorata dall’occhiolino della luna bendata, pensa che il gioco è valso la candela. E ricomincia a correre.

Un luccichio sfarfalla a distanza come un faro in miniatura, è la piuma. Brillano anche le conchiglie sulle mura. La fortezza è ancora in piedi, un solitario baluardo di roccia nella vastità della spiaggia. Il mare però si è mangiato interi blocchi del bastione più esterno, è solo questione di tempo, entro l’alba avrà inondato la corte e liquefatto tutto. Quello pallido esita, si inginocchia, si rialza, le unghie che gli prudono dalla voglia di scavare. Poi la vede, la grande piuma dorme ancora sul suo cuscino di sabbia. Il vento non l’ha soffiata via. È una richiesta, pensa, e si precipita a raccoglierla.

Piegato in bilico oltre le mura, toglie dalla torre la piuma piccola, se la mette in tasca e pianta quella grande. Più di così non posso fare, decide. Sta per andarsene, forse adesso riuscirà a staccare la corrente. Ma ecco che gli tremano le gambe, la sabbia vibra, le conchiglie si drizzano come soldati sugli attenti: e attorno alla fortezza inizia a scavarsi un enorme fossato, che ingoia l’acqua del mare. Il sobbalzare ritmico delle conchiglie assomiglia a un applauso: mi stanno ringraziando? Quello pallido è così felice e impietrito da accorgersi troppo tardi di sprofondare nel vuoto.

«Di niente», sussurra nell’eco della gola senza fondo, mentre la piccola piuma, scappata di tasca, fluttua davanti ai suoi occhi.

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