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Brigitte

Stamattina mi sono svegliata di nuovo all’alba, saranno state le cinque. Fuori era ancora buio ma si sentivano gli uccellini. Qui la natura è molto presente e rumorosa. Mi sono alzata a tentoni e ho afferrato dall’armadio un vestito appeso, a caso. L’ho riconosciuto dalla consistenza vischiosa della seta, un grembiule a fiori lunghissimo. Ho preso le infradito in mano e sono uscita cercando di non svegliare nessuno, abitudine di quando mi alzo per scrivere.  Mi è tornata la sensazione di euforia e per un momento sono riuscita a scacciare la vertigine del baratro di depressione di ieri mattina alla stessa ora.

Sono scesa dallo scalone in punta di piedi, la villa era in penombra. Solo dalle cucine provenivano rumori di stoviglie e delle voci. Ai piedi dello scalone c’era uno dei cani della padrona, mi ha sentito, mi aspettava senza scodinzolare. Ho avuto paura e ho rallentato sugli ultimi gradini. Il cane ha mosso timidamente la coda, ha abbassato il muso e si è spanciato. Mi sono seduta sul gradino e ho iniziato a fargli i grattini, guardando la sala. Le finestre e le porte erano aperte sul parco buio. Si sentivano i merli dalle punte dei cipressi del viale e l’aria della notte che finisce. Una luce arrivava dalle cucine e dalla abatjour della reception che probabilmente era rimasta accesa tutta la notte. Era tutto inospitale, non ancora predisposto all’accoglienza degli ospiti, come un teatro chiuso. Sono uscita sul piazzale lastricato dove ci sono i tavoli per la cena e la colazione e l’altro cane mi ha raggiunta, la titolare doveva essere già sveglia nei paraggi. Poco dopo l’ho vista al suo tavolo, sotto la scala esterna che porta ai suoi appartamenti, stava facendo colazione e mi ha sorriso. Ho risposto al sorriso ma sono rimasta dov’ero, mi sono seduta al tavolo più prossimo all’ingresso. Pascal avrebbe definito questo posto finto, vuoto, kitsch.  Ho sentito il suo fastidio e ho cominciato a stare male, avevo freddo. Mi sono vista finta anche io, a quell’ora del mattino con un vestito lungo di seta, scalza, la cavigliera d’argento, una trascuratezza costruita, da carta patinata.  I pensieri assenti, persi, come se fossi solo più un’immagine esterna privata di coscienza.

Una volta la mia ginecologa, quella che ha fatto nascere Niki, mi ha detto Sara lei vive la sua vita come se fosse il personaggio di un romanzo, ma la realtà esiste. Si tratta di cominciare seriamente una psicoterapia, farsi aiutare, e prenderne coscienza. Ma la realtà a lei non piace, per questo scrive così bene.  Io le stavo spiegando gli effetti collaterali dell’Entact, il sovrappeso, una lotta costante contro il sonno, dormivo dieci ore per notte più pisoli di due ore dopo pranzo. Una calma che sapeva di sedazione che mi ottundeva l’energia vitale. Avevo raccontato il mio disagio attraverso sintomi fisici e lei mi aveva brutalmente scavalcato. Però quella definizione era stata un balsamo, io il personaggio di un romanzo. L’idea mi faceva sentire libera, ai miei personaggi succedevano cose imprevedibili, mi piaceva l’idea di metterli in condizioni difficili e pensare a come farli venire fuori.

Mi sono guardata attorno, come avrebbe fatto un mio personaggio, per farmi un’idea del posto e poterla raccontare, e mi sono accorta che è una cosa che non faccio mai nella realtà.  Nella realtà il luogo non mi comunica nulla e resto chiusa in una sfera di sensazioni fisiche che non tardano a diventare sintomi. Ho iniziato ad ascoltarmi. Faceva freddino e nonostante avessi ancora addosso il tepore del sonno avevo la pelle ghiacciata, il collo contratto e le braccia chiuse, ero persino un po’ ingobbita sulla sedia. I tetti della casa e della dependance di fronte occupavano gran parte del cielo che stava appena schiarendo ma io non mi ero accorta della quantità d’aria sopra la mia testa. Ho guardato  il tavolino di ferro battuto laccato di bianco e il tessuto a fiorellini chiari della seduta del divanetto di fronte a me. Mi sono alzata e mi sono spostata per sentire il calore del tessuto ma era ruvido e umido. Ho alzato gli occhi verso la titolare che mi stava guardando mentre masticava qualcosa, mi ha di nuovo sorriso. Sul suo tavolo erano affollati cestini con cose da mangiare illuminate da una candela grossa, quasi tutta sciolta, con tre lumi. Visto che guardavo,  mi ha allungato uno dei suoi cestini, mi sono alzata e l’ho raggiunta.  Ero a disagio, svestita, contratta, lei aveva un maglionaccio di cotone, i capelli cortissimi che non c’è bisogno di pettine e stava bene. Si vedeva, stava bene. Il collo appesantito dal grasso era spesso e la pelle faceva gli anelli, i denti a palettone, le mani grosse. Eppure stava bene, continuava a mangiare senza sentire il bisogno di dirmi nulla. Ho preso una brioche dal cestino e l’ho mangiata a morsi, a quell’ora del mattino. Non lo faccio mai. A un certo punto ci hanno portato il caffè, due tazze grandi, alla tedesca. Lei è tedesca, ho detto. No, austriaca, mi ha corretto. Sono rimasta un attimo zitta, sapevo che la titolare era una tedesca di Bonn,  lei ha indicato il terrazzino sopra la nostra testa, La titolare è di Bonn.  Ho aperto la bocca per dire qualcosa ma l’ho richiusa, cosa potevo dire? E allora tu chi cazzo sei? Ma devo averlo comunicato lo stesso perché ha proseguito, Io sono la direttrice, La titolare viene solo nei mesi estivi, io mi occupo della tenuta tutto l’anno. Bello, ho detto. Mi ha mostrato i suoi palettoni sgraziati e ho aggiunto, Faticoso, forse, no? Le sue labbra si sono richiuse in grosse rughe longitudinali attorno alla tazza e ha sorseggiato il caffè. Ero così invadente con la mia voglia di empatizzare, chi poi l’ha deciso che occuparsi di un posto del genere debba essere faticoso se non sei la titolare? L’ho trattata come una sguattera, e non sapevo come rimediare. Stavo così bene vicino a lei. Sul tavolo un cestino pieno di pane a fette, un altro con le brioche, un posacenere sporco, due bicchieri e un succo di arancia a metà, briciole, una matita e un blocco di fogli grandi pieni di una calligrafia calcata e ampia. La luce gialla e tremula del cero e l’azzurro albeggiante sopra di noi. Sembrava che tutto quello che ci circondava fosse un suo prolungamento. Mi ha ricordato mamma quando prende il tè alle quattro del pomeriggio, spostando i piatti del pranzo non ancora sparecchiati. C’è un senso di intimità nell’imperfezione.

Prima di alzarmi e salutare ho visto scendere dal terrazzino una donna giovane, avrà avuto trent’anni, biondissima coi capelli a carré un po’ radi. L’avevo già vista ieri, camminava verso la piscina, con un vestito corto chiaro e una bottiglia di vino  in mano, gli occhi sfuggenti. Non aveva salutato nessuno. Anche adesso non ci saluta, scende dalla scala come se i gradini fossero particolarmente alti, aggrappata al mancorrente. I cani non si muovono, seduti davanti al cestino delle brioche. Solo quando costeggia il tavolo fa un cenno con la mano e sottovoce dice Morgen Brigitte. Si avvia verso il lago e dopo pochi minuti vedo una cameriera uscire dalle cucine con un vassoio di legno, tazza bicchiere e una  brioche , un vasetto di fiori lilla. Va anche lei verso il lago, i cani no.

Poi la luce del giorno ha invaso tutto, una cicala ha iniziato a frinire.

Io e Brigitte ci siamo alzate dal tavolo ma non ricordo come ci siamo salutate.

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