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Teorie della comprensione profonda delle cose: nota dell’autore

Teorie della comprensione profonda delle cose è ormai in uscita per i tipi di Wojtek Edizioni. A quanto ne so, è stato il grafico, Antonio “Bobo” Corduas, a inviare il manoscritto in tipografia e a sbrigare tutte le altre, necessarie, operazioni logistiche. È in base al suo resoconto telefonico che ho scritto questa cronaca, senza esagerare né inventare. È stato lui a prendersi cura degli altri, alla fine, e a terminare l’editing. Nelle ultime pagine del libro ho espresso la mia gratitudine a molte persone e al team della casa editrice: qui, invece, intendo scusarmi pubblicamente con Ciro Marino, Alfredo Zucchi, Anna Di Gioia, Lucio Leone e lo stesso Bobo per i problemi che Teorie ha creato loro. Per dovere di cronaca, informo i lettori che Ciro sta pian piano riacquistando la capacità di verbalizzare e, a parte saltuari scoppi di pianto, sembra recuperare in fretta. Alfredo si è preso un anno sabbatico: è tornato a Vienna e ha intenzione di aprire uno store online di taccuini di lusso rilegati in pelle, dei quali farà il testimonial in una serie di spot autoprodotti. Anna non vuole più saperne di leggere manoscritti e al momento si occupa della libreria Wojtek, in attesa che Ciro si ristabilisca. Lucio non risponde più al telefono: Bobo sta valutando se allertare le autorità competenti.
Alfredo Palomba

«Ti ho chiesto se gliel’hai chiesto».
Anna resta interdetta, Zucchi non le si era mai rivolto in tono così irritato, non è da lui e non crede di meritarselo.
«Gliel’ho chiesto», ribadisce sfinita, «gliel’ho già chiesto e mi ha detto di no, va bene?».
«Dovremmo richiederglielo», insiste l’editor.
Ha sviluppato un inquietante tic all’occhio sinistro, che pare dotato di vita propria: piccoli spasmi lo rendono mobile e fanno sembrare Zucchi il pazzo di un cartone animato. Ad Anna ricorda Popeye, il marinaio guercio, e ne ha quasi paura.
«Provo… provo a richiamarlo?».
«Prova. Digli che ne abbiamo parlato. Non possiamo lasciare una nota come quella, è… un suicidio».
«Ciro che dice?».
«Dopo la cosa delle fonti storiche del capitolo su Paesone, si è chiuso nello stanzino e non esce più».
«Come non esce più, Alfre’? Sono passati cinque giorni dai messaggi WhatsApp sulle fonti… che sign…».
«Lo so, Anna. Lo so. Te lo ricordi quel vocale in cui urlava come un pazzo, “CHI CAZZ’ M’HA CECATO!”, eccetera… quel vocale là, te lo ricordi?».
«Sì, certo che… poi non ha risposto più e non si è fatto più sentire».
«Eh. Quando sono venuto qua, il pomeriggio, si era chiuso là dentro», Zucchi parla con un tono più basso, ora, «e si rifiuta di uscire. Non te l’ho detto, scusami, non lo sa nessuno. Pensavo di farcela, che potevamo concludere il lavoro e poi…».
«Poi che, Alfredo? Ma che significa?».
«Poi pensavo che si sarebbe ripreso, che sarebbe uscito da solo. Scusa, Anna, scusami. Lo dobbiamo dire pure agli altri, dobbiamo fare qualcosa. Ma dobbiamo finire, prima. Per favore, chiama Palomba. Convincilo. Per carità. La Murgia è… potente. Deve levarla, la nota. Prova, dai, prova, vediamo, fallo ragionare, magari così Ciro…».
Dallo stanzino arriva un lamento prolungato che si spegne all’improvviso, così com’è cominciato.
«Ma è… lui?», chiede Anna, spalancando gli occhi cerchiati, e porta una mano alla bocca.
«Credo abbia fame», dice Zucchi, senza smettere di guardarla, l’occhio che flippa da tutte le parti, «vado al pub qua fuori, gli compro un cuoppo, qualcosa. Praticamente sta mangiando fritture e hamburger da quando si è chiuso lì. Chiama Palomba. Provaci».
Zucchi si alza e lascia la sala della libreria Wojtek, chiusa al pubblico da dieci giorni, da quando è cominciato il giro di bozze finali del romanzo. Anna, rimasta sola, tira fuori il cellulare dalla borsa. Ciro, dallo stanzino, riprende a lamentarsi. Chiama lo scrittore. Mentre il telefono squilla, si morde un labbro.

Quando Zucchi rientra, l’odore di frittura si diffonde nella libreria. Anna è accanto alla porta dello stanzino: Ciro, dall’altra parte, tace.
«Penso si sia addormentato», fa lei, «ha smesso di piagnucolare da un po’. Ma che tiene, Alfre’? Che gli è successo?».
«È il romanzo», risponde Zucchi, con la busta piena di cuoppi in mano, «è questo cazzo di Teorie, Anna».
L’editor bussa piano.
«Jatevenne!», urla il direttore editoriale.
Anna fa un passo indietro, per istinto; l’occhio di Zucchi si muove frenetico.
«Ciro, per favore, dai, vieni fuori. Ho portato i fritti, ja. Vieni, mangiateli con noi, poi ci guardiamo un po’ le bozze e vedi che…».
«Nooo, ‘e bbozze ‘e Teorie nooo, ve ne ‘ata je vuje e Palomba!», urla Ciro.
«Non so più che fare, Anna. La sera gli lascio i cuoppi fuori alla porta e la mattina li trovo vuoti e così andiamo avanti. Non so che fare».
«Ho… parlato con Palomba, prima».
«PALOOOOMBAAAA!!!», strepita Ciro, a metà tra il pianto e un urlo di battaglia.
«Allontaniamoci da qua, rimettiamoci al tavolo, almeno non lo agitiamo e ci mangiamo una cosa calda».
«Ha detto che la nota sulla Murgia resta», fa Anna con un sospiro mentre si riaccomodano alla scrivania in mezzo alla stanza: il tavolo è ingombro dei fogli del manoscritto appuntati e i PC dei due sono aperti sulle bozze, alla stessa pagina.
«Come, resta? Che ti ha detto?», e l’occhio di Zucchi vortica così veloce che per un attimo Anna si perde a seguirne ellissi e spirali ascendenti e discendenti.
«Eh? Ah, ha detto che la nota resta. Che ha», e mima le virgolette con le dita, «“fatto un punto d’onore pensare e agire in maniera opposta alla Murgia e ai suoi pari” e che “una critica all’egemonia culturale di questa gente è auspicabile, quando non necessaria”».
«Ha detto proprio “punto d’onore”? Così, ha detto? “Egemonia culturale, auspicabile quando non necessaria”?».
«Parole sue».
«Stronzo pretenzioso», mormora Zucchi, «Ma che stronzo pretenzioso!», ripete poi con rabbia e sbatte il pugno sulla scrivania, facendo cadere una tazzina vuota che si spacca.
«Dai, Alfre’. Speriamo solo che la Murgia non la legga e amen. Non c’è stato verso di convincerlo, purtroppo».
«Che ti devo dire. Speriamo bene».
«MHHHHHHHHH», mugola Ciro; Anna lo immagina mentre si tiene le ginocchia e dondola, alla maniera dei pazzi.
«Ah, ha detto che De Vivo la approverebbe, la nota».
«Gesù».
«Poi, poi…», e Anna apre una cartella sul desktop e un lungo file word al suo interno, «ecco, c’è la questione delle fonti che ancora dobbiamo decidere, quelle del tema storico su Paesone».
«Te le ha mandate, alla fine?».
«Sì, quindici cartelle di fonti, dall’età imperiale all’Ottocento. Non ho capito se sono reali o se le è inventate, o metà e metà».
Zucchi tace e la guarda con la bocca semiaperta, come se si fosse addormentato, se non fosse per l’occhio roteante.
«Alcune le ho riscontrate anch’io, altre me le ricordavo ma di altre, soprattutto quelle medievali, non avevo mai sentito parlare e non ho trovato attestazioni, solo in questo file qua di Palomba».
«E che ti ha detto, che sono vere?».
«Si è rifiutato di rispondere».
«Io lo odio, Anna, lo odio. Io alla presentazione lo tiro sotto con la macchina, te lo giuro che lo investo nella piazza di Pomigliano, davanti a tutti, non me ne fotte proprio. Voglio andare a Poggioreale. Che significa, che si è rifiutato di rispondere?».
«Ha detto di usarle tutte, che aveva “controllato”, che andavano bene. Poi ha attaccato e non l’ho sentito per due giorni. Non ho riaperto l’argomento, perché poi ho ripreso a martellarlo sulla nota ma niente da fare pure là, ha detto che resta».
«MHHHHHHHHH».
«Ma ci sente da qua?», chiede Anna, abbassando il tono e guardando la porta chiusa.
«Non lo so».
«Che facciamo con le fonti? Le mettiamo così?».
«Io mo’ mi mangio un po’ di fritture. Alle fonti poi ci pensiamo. Se no le mettiamo così, non ne ho idea, voglio solo finire, qua dobbiamo inviare alla tipografia, Anna, rendiamoci conto come stiamo messi. E ci sono ancora tutte ‘ste questioni, io… non ne posso più, la notte non sto dormendo, non mi sento bene. Io te lo dico, non lo so se ne faccio un altro, di romanzo. Non è per voi, voi siete tutti eccezionali, però… così… è troppo. Mi manca l’Austria. L’altra notte me lo sono sognato un’altra volta. Ho sognato che andavo in giro con don Pagnotte e dovevo scrivere le sue avventure e dovevo aiutarlo a sradicare il palo col cartello del parcheggio…».
«Alfre’, su, adesso non…».
«…poi don Pagnotte mi indicava la torre e io la vedevo, quella cazzo di torre di Paesone… e Ciro sta chiuso là dentro, i contatti stampa…», Zucchi guarda a terra e ha la voce rotta, Anna teme che scoppi a piangere da un momento all’altro.
«Ciro…», dice, realizzando, «Madonna, è vero, i contatti per le recensioni e le presentazioni se li stava vedendo Ciro, ma…».
«Poi ci pensiamo ai contatti», taglia corto Zucchi, tirando su col naso, «intanto vediamo di andare in stampa», e prende un crocchè dalla busta di carta unta, poi comincia a masticare con stizza, palesemente senza assaporarlo.
Anna scartabella tra i fogli e isola un grosso blocco; lo unisce con una graffetta, mettendo da parte il resto.
«Che roba è?», fa Alfredo, distogliendo gli occhi dal monitor, la bocca piena di patate e l’occhio impazzito, sospettoso.
«La parte su Athanasius Kircher».
«No ti prego quella no», dice lui e mette le mani avanti per istinto, quasi come se lei stesse per tirargliela in faccia.
«La teniamo così?», continua Anna fissando il collega, «Palomba è irremovibile, ha detto che più di così non va modificata».
«E figurati. Figurati».
«MHHHHHHHHH».
«…».
«Io comunque non ci metto più mano, manco morto. Lasciamola così. Tanto, ormai».
«AHHHHHHHHH!».
«Senti come si agita. La parte su Kircher è quella che lo ha mandato definitivamente k.o., insieme alle fonti», e Zucchi tira di nuovo su col naso, «guarda come lo ha ridotto. Sembra stia… non lo so, regredendo a uno stadio preverbale… non avevo mai visto una cosa del genere».
Anna non risponde. Prende una frittella di alghe dalla busta, la valuta per un paio di secondi, rinuncia e la rimette dov’era, sfregando poi le dita su uno dei fogli sparsi sulla scrivania per ripulirsi dall’olio, l’inizio di un capitolo intitolato “Un nuovo coglione è in città”. Zucchi scorre l’impaginato su e giù, in cerca di refusi, mormorando «…il culo, mi ci pulisco il culo con le tue fonti storiche, il culo mi ci pulisco».
«Alfre’, poi…».
L’editor alza lo sguardo di scatto e fissa gli occhi in quelli di lei, senza parlare, le labbra piegate all’ingiù. La sta implorando di non infliggere un’altra coltellata al suo equilibrio psicofisico stremato. Anna tentenna, poi riprende, cauta:
«La questione… tag».
«AHHHHHHHHH!», l’urlo di Ciro contiene una nota di disperazione.
«Dai, metticelo, l’articolo, rivendica la tua scelta, non essere timida», fa Zucchi e sorride per la prima volta da quando Anna è arrivata in libreria, nel pomeriggio, ma è un sorriso sarcastico, amaro, che non gli si addice.
«Lo sai che anche per me va al maschile, pure per Lucio va al maschile. Perfino per Palomba, ha riempito il romanzo di “i tag”, “gli hashtag” e anzi… lo sai quante ce ne ha dette quando gli ho proposto…».
«Guarda, Anna, tu lo sai quanto lo disprezzo ma in quel caso ha fatto bene, “le tag” non si può sentire, punto».
«È vero, Alfre’… è vero, “le tag” fa schifo, lo sappiamo, ma… Luccone… pure Santoni, ne I fratelli Miche…».
«Lo so, lo so, e c’amma fa’?», sbotta Zucchi, «C’amma fa’, Anna? Questi solo perché sono toscani mo’ possono decidere l’uso della lingua?! Possono stabilire che una forma al maschile – che è corretta, è corretta! – bell’e buon’ non è più corretta e la usano solo gli ignoranti? Allora io e te siamo ignoranti? Io e te siamo ignoranti, ecco qua. Lucio Leone è un ignorante, quanti libri ha pubblicato Lucio Leone? È un ignorante, ecco qua. Quello stronzo di Palomba è un ignorante. Guarda, guarda su treccani.it, guarda su corriere.it, la sezione “dizionari”: o li riporta al maschile o tutt’al più dice che sono corrette entrambe… va buo’? È ‘na strunzata, ‘sto fatto che va al femminile, è una masturbazione, ok? Perché va al femminile, fammi capire? Perché “tag” starebbe per “etichetta” e allora la dobbiamo mettere al femminile? O perché sono le firme di quelli che fanno i murales? La usano così solo perché vogliono comandare loro, Anna. È un modo per farci sapere che comandano loro. Il maschile è corretto, Luccone può…».
«Alfre’, lo so, ma tutto sommato… che ci cos…».
Dallo stanzino proviene un rumore ripetuto, secco, che interrompe la conversazione.
«Ciro?!», urla Zucchi e si alza.
«Ma… sta prendendo il muro a testate?», dice Anna, impallidendo.
L’occhio di Zucchi sembra voler uscire dall’orbita, tanto veloce si muove. La porta si scardina con un suono che ricorda l’esplosione di un petardo e Ciro irrompe, avanzando fin quasi a raggiungere i due, Zucchi in piedi dietro la scrivania, Anna ancora seduta, esterrefatta. Poi il direttore editoriale si ferma e osserva i collaboratori, in silenzio. È bianco come uno straccio e molto dimagrito, nonostante i pranzi e le cene a base di carboidrati fritti nell’olio da due soldi del pub. La maglietta nera con la faccia dell’orso bruno è unta, i capelli sono sporchi e in disordine, la barba, lunga, è chiazzata da isole di peli bianchi e dalla tempia tagliata e sporca di gesso cola del sangue sul viso. Emana un odore di estenuazione radicata, profonda.
«Guagliu’», sillaba ansimando, la testa reclinata e una voce bassa, spaventosa, «“le tag” so’ sulo chelle d’e’ murales. Nun pazziate».
Poi si gira e si trascina di nuovo nello stanzino, tirandosi la porta scardinata alle spalle.
«Lasciamo al maschile», dice Anna fissando il vuoto, con un filo di voce, «al maschile va bene». Zucchi annuisce e si risiede davanti al monitor.

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