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La Sconfitta del Sole

Caro Paul,

vedi, non è vero che non si scrivono più lettere. Quelle tradizionali intendo. Ma questa volta non ha niente a che fare con il piacere di scrivere, col rumore della carta, con i gesti; è che ci sono occasioni in cui sono l’unico modo, tutto qui.

Io per esempio, prima di oggi con te ho fallito e allora cerco di comunicartelo in una maniera diversa quello che da mesi cerco di dirti.

Non siamo alla pari noi due. Questa è la prima cosa, e non da poco.

Mentre ti scrivo, la musica della voce di mia figlia, che ha 6 anni e per caso oggi è qui, mi culla e mi fa sorridere. So che tu in questo stesso momento, invece, sei perso o al sicuro dentro a un silenzio a cui non riesci ad abituarti, un’assenza compatta, un diamante nero che ti rigiri tra le dita senza sapere cosa farne di preciso. Me lo ha detto Esther, l’ultima volta che ci siamo parlati, di quanto avreste voluto un figlio e che sareste ancora in tempo se solo si riuscisse ad appianare tutto e cominciare da capo. Beh, io sono d’accordo, ne avete tutti i mezzi. E lei è una persona diversa adesso, secondo me. Anche tu probabilmente.

Ma non è solo per questo che non siamo alla pari io e te. È un fatto geografico, una questione di posizioni.

So che cosa si affaccia in casa tua e nei tuoi occhi in questo esatto istante, è già grigio là fuori dalle tue parti. Un pomeriggio che ero da te, mi ricordo di aver pensato che la montagna e la cava si mangiano la luce e che a quest’ora il buio ha il passo veloce di un animale in fuga.

Piuttosto, mi gioco un po’ del mio vantaggio e ti dico cosa sto guardando io.

Di fronte a me il sole muore e tutto cambia colore come attraverso un filtro. Non c’è giorno che io abbia trascorso qui in cui non sia rimasto incantato davanti alla fine del sole, al suo degrado, a questa sua dolce sconfitta. Vivo in un posto dove il sole sa perdere Paul, e quando lo fa lascia una traccia che riesci a seguire ancora per ore se il cielo è sgombro. Di giorno accende, soltanto adesso colora.

Ho cercato di spiegarlo alla tua Esther due sere fa, qui davanti alla finestra che dà sul nulla, come nell’arco di una sola giornata vi sia un anno intero, quattro stagioni, la luce del risveglio, il calore, il declino e alla fine la notte, l’inverno. Mi ha ascoltato in silenzio, mentre il tramonto ci accarezzava tutti e due, lontanissimi anche se eravamo uno accanto all’altra. Poi è scoppiata a piangere.

Quando le ho chiesto il perché, ha risposto che il motivo eravate tu e l’amore che non c’è più, come se fosse scappato, senza che nessuno facesse nulla, porte aperte e spalle voltate; e che l’hai abbandonata, anche questo ha detto.

Non sono un sentimentale, ma devo confessarti che la voglia di prenderle la mano e dirle di stare tranquilla e di non piangere più è stata forte. Ma i ruoli che ci hanno assegnato non me lo hanno consentito. Sarebbe stato inopportuno, ecco, questa è la parola. Così mi sono limitato a dirle che tu e l’amore o quello che è diventato da qualche altra parte eravate ancora lì, a portata di mano. È allora che mi ha detto di amarti ancora Paul, e di volere ancora le tue braccia.

Per questo mi permetto di scriverti e di ricordartelo quell’amore.

Quindi

se la rivuoi indietro viva la tua Esther

lo sai quello che devi fare

il prezzo lo conosci

i termini, i modi, la coreografia pure.

Porta i soldi

aspetto fino a domani

al tramonto le sfondiamo la testa

Paul.

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